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Italia 2013: The italian way of doing industry

Esiste un modo italiano di fare impresa? Alla Fondazione Irso (Istituto di ricerca e intervento sui sistemi organizzativi) sono convinti di sì. Al punto da avere lanciato il programma Italia 2013, che sotto la guida di Federico Butera (presidente dell’Irso nonché professore di sociologia dell’organizzazione all’università Bicocca di Milano) e Giorgio De Michelis (vicepresidente della Fondazione e docente di sistemi informativi, sempre alla Bicocca), ha raccolto l’adesione di un folto numero di accademici di tutta Italia, imprenditori e manager, responsabili di associazioni di categoria.
Italia 2013 è un programma multidisciplinare che si propone di narrare e promuovere un modo italiano di fare impresa a livello internazionale. Per dare un contributo a una rapida e innovativa uscita dalla crisi. Punto di partenza, le storie positive di territori, aziende, amministratori. «Proveremo a evidenziare» spiegano i promotori «come sono cambiati i modelli di impresa e di lavoro per cogliere le traiettorie future, come avvenne negli anni Settanta, quando si comprese che il modello taylor-fordista era in corso di superamento. Faremo attenzione ai percorsi e alle grandi svolte seguite dalle aziende e dagli enti centrali e periferici: le scelte sui prodotti, sui mercati, sulla localizzazione degli impianti, sulle alleanze, sulle politiche finanziarie e così via».
L’ipotesi è che esista e vada svelato un modo italiano di fare impresa (italian way of doing industry), capace di inglobare e superare il made in Italy. Primo, perché allarga il suo perimetro tradizionale oltre le 4 A (abbigliamento, automazione, alimentazione, arredo) e va a toccare tutti settori. Secondo, perché rivede i suoi elementi connotativi (non solo estetica, ascolto del cliente, flessibilità, innovazione incrementale, impegno, cooperazione, apertura ai mercati esteri, ma anche business design, management professionale, innovazione di processo, innovazione organizzativa, nuove professioni, internazionalizzazione e molto altro).
Vale la pena di soffermarsi su una serie di punti chiave del programma, le sue proposizioni distintive.


Contro i luoghi comuni sul sistema industriale italiano

a. Non vi sono solo imprese eccellenti tutte diverse le une dalle altre, casi irripetibili e inspiegabili, ma un modo di produzione, una italian way of doing industry, di cui siamo impegnati a evidenziare le caratteristiche: anche le grandi corporation, la grande impresa a partecipazione statale, i distretti, l'artigianato, eccetera avevano all'interno una infinita varietà di forme, ma hanno rappresentato un «modo di produzione» identificato, un modello socio-economico che fu capace di dare identità, di riprodursi, di consentire azioni di formazione della classe dirigente e di politiche pubbliche (De Michelis, Butera).
b. Queste imprese possono salvare una Italia che ha un livello di produttività più basso dell'Europa e si sta restringendo a settori maturi? Noi pensiamo di sì. I settori maturi registrano innovazioni a 360° (per esempio l'abbigliamento) e vi sono segnali di sviluppo di imprese in settori hi-tech (ICT, chimica, farmaceutica, biotech, green economy). Vi sarà un ruolo importante per le medie imprese che crescono attivando filiere lunghe, il sistema delle imprese piccole eccellenti che sono fornitrici di imprese grandi, e la speranza di rilancio di grandi imprese con la testa in Italia e le reti in tutto il mondo (rinnovate Fiat, Enel, FS, Finmeccanica, Telecom, più imprese industriali e meno agenzie parapubbliche) (Silva, Pichierri).
c. Le imprese migliori e quelle fragili hanno bisogno di servizi adeguati alla loro natura e non generici: R&S, istruzione, infrastrutture logistiche, infrastrutture di TLC, utilities, credito, edilizia. Questi servizi non solo sono quantitativamente insufficienti ma non sono per lo più disegnati sulla natura peculiare delle imprese italiane: servizi taylor-made eccezionali ovviamente vengono spesso forniti da ottime società e enti di servizi; ad essi sono noti i segmenti di clientela dei servizi. Ma per lo più manca una immagine delle peculiarità del sistema delle imprese italiane. Il miracolo industriale italiano aveva una immagine dei servizi necessari per le imprese traenti, ossia le grandi imprese private e a partecipazioni statali. E ora? (De Michelis, Fuggetta).
d. Le caratteristiche di molte imprese eccellenti, oltre che nella qualità degli imprenditori sta nella qualità dei gruppo di dirigenti, quadri e professional, nei processi, nelle forme originali di organizzazione (Bagnara, Butera, Romano, Primus).
e. Le forme organizzative di queste imprese vanno identificate e modellizzate, sono diverse dal taylorismo: ma non basta dire che sono post-qualcosa. La ricerca ha per oggetto anche le nuove forme di organizzazione del lavoro e dei lavori, che abbiamo elencato prima (Butera).
f. Il perimetro di queste imprese è quasi sempre reticolare: ricerca, produzione, distribuzione. logistica come «reti lunghe governate», che connettono imprese, professioni, istituzioni, città. Queste reti presentano forme nuove di combinazione di economia e società, diverse da quella della grande impresa dominante, dalla grande imprese benevolente, dai distretti. Vi sono nuove forme di governo allargato delle reti basato sullo scambio di conoscenze, sulla cooperazione, sulla comunicazione, sul senso di community più che sulla burocrazia e i contratti  
g. Le imprese operano in un contesto di global city region come nel caso del Nord Italia (Perulli).
h. Le imprese costruite per durare sono imprese integrali, ossia quelle che combinano dimensioni economiche e sociali, danno valore alle persone, hanno un rapporto positivo a due vie con le dimensioni istituzionali, hanno una condotta etica: 3M, Toyota, Olivetti, Ferrero, Merloni, Zambon, eccetera. (Silva, Dente, Butera).
i. Le tecnologie ICT sono non solo strumenti per supportare i processi ma modalità per mettere in forma queste organizzazioni, ossia disegnare logistica, R&S, rapporti con i clienti, marketing, e così via. (De Michelis, Fuggetta, Lamborghini).
j. Il «dialogo sociale» tra le rappresentanze dei diversi interessi imprenditoriali e del lavoro è stato e resterà anche in futuro un fattore cruciale dello sviluppo del capitalismo italiano, sia in generale per la sua competitività sia per la crescita di produttività delle singole imprese (Negrelli).  

 

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